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13. Teoria

«Posso farti un'ultima domanda?», chiesi, mentre Edward correva a tutta velocità lungo la strada silenziosa. Concentrarsi sulla guida era l'ultimo dei suoi pensieri.

Sbuffò.«Una sola», rispose, guardingo.

«Be'... hai detto di avere intuito che mi ero diretta a sud, anziché entrare in libreria. Mi chiedevo soltanto come avessi fatto».

Guardò altrove, ponderando la risposta.

«Pensavo che avessimo abolito gli atteggiamenti evasivi».

Accennò un sorriso.

«D'accordo. Ho seguito il tuo odore». Tacque subito, fissando la strada, e mi lasciò un po' di tempo per riprendere fiato. Non trovai nessuna risposta sensata alle sue parole, che archiviai in attesa di indagini future. Non ero pronta a lasciar cadere il discorso, ora che finalmente mi stava dando qualche spiegazione.

Cercai di guadagnare tempo. «Inoltre, non hai ancora risposto a una delle mie prime domande...».

Mi lanciò un'occhiata di rimprovero. «Quale?».

«Come funziona la faccenda della lettura del pensiero? Riesci a leggere la mente di chiunque, ovunque? Come fai? Anche i tuoi fratelli...?». Mi sentivo una stupida a chiedere delucidazioni su una cosa così irreale, assurda.

«Una domanda sola, hai detto», puntualizzò. Intrecciai le dita e rimasi a guardarlo, in attesa.

«No, è una dote soltanto mia. E non riesco a sentire tutti, ovunque. Devo essere piuttosto vicino alle persone che leggo. Ma più familiare è una "voce", maggiore è la distanza a cui la avverto. Mai più di qualche chilometro, comunque». Per un istante tacque, pensoso. «È un po' come essere in una grande sala piena di persone che parlano contemporaneamente. Una specie di rumore di fondo, il ronzio confuso delle voci. Finché non mi concentro su una voce sola e la metto a fuoco: allora sento cosa sta pensando. Il più delle volte semplicemente ignoro, escludo tutto: rischia di distrarmi troppo. Così poi è più facile sembrare normale», a quella parola, aggrottò le ciglia, «ed evitare di rispondere per sbaglio ai pensieri delle persone, anziché alle loro parole».

«Secondo te, perché non riesci a sentirmi?».

Mi fissò con uno sguardo enigmatico.

«Non lo so. Il mio sospetto è che la tua mente funzioni in modo diverso da tutte le altre. Come se i tuoi pensieri trasmettessero in AM e io ricevessi solo in FM». Mi sorrise, improvvisamente divertito.

«La mia mente non funziona come dovrebbe? Sono una specie di mostro?». Mi preoccupai di quell'ipotesi più del dovuto... probabilmente perché le sue supposizioni avevano fatto centro. Avevo sempre sospettato qualcosa del genere in me, e mi sentii imbarazzata di fronte a tale conferma.

«Io sento voci nella mia testa, e tu temi di essere il mostro?», rise. «Stai tranquilla, è solo una teoria...». Si fece serio: «Il che ci riporta a te».

Sospirai. Da dove potevo iniziare?

«Abbiamo abolito le risposte evasive, no?».

Per la prima volta staccai lo sguardo dal suo viso, per cercare le parole giuste. L'occhio mi cadde sul tachimetro.

«Santo cielo! Rallenta!».

«Cosa c'è?». Era stupito, però non decelerava.

«Stai andando a centosessanta!». Non smettevo di gridare. Lanciai un'occhiata di panico fuori dal finestrino, ma c'era troppo buio per decifrare il panorama. La strada era illuminata soltanto nella lunga striscia di luci bluastre dei fari. La foresta che la costeggiava era un muro nero, solido come una barriera d'acciaio, se fossimo usciti di strada a quella velocità.

«Rilassati, Bella». Alzò gli occhi al cielo, senza decelerare.

«Stai cercando di ucciderci?».

«Non usciremo di strada».

Cercai di modulare meglio la mia voce. «Perché tutta questa fretta?».

«Guido sempre cosi». Si voltò per sorridermi, ammiccante.

«Guarda davanti!».

«Non ho mai fatto incidenti, Bella. Non ho mai preso neanche una multa». Sorrise e si picchiettò la fronte. «Segnalatore radar incorporato».

«Divertente», risposi, irritata. «Charlie è un poliziotto, ricordi? Da piccola mi è stato insegnato a rispettare il codice della strada. Inoltre, se ci trasformi in una ciambella di Volvo arrotolata a un albero, l'unico in grado di uscirne senza un graffio sei tu».

«Probabile», concordò, con una risata secca e breve. «Tu invece no». Sospirò, e con mio gran sollievo la lancetta iniziò a spostarsi attorno ai cento. «Contenta?».

«Quasi».

«Odio andare piano», bofonchiò.

«Così è piano?».

«Fine dei commenti sulla mia guida. Sto ancora aspettando la tua ultima teoria».

Mi morsi un labbro. Non mi aspettavo tanta gentilezza nei suoi occhi di miele.

«Non riderò, lo prometto».

«In realtà temo piuttosto che ti arrabbierai con me».

«È una teoria così brutta?».

«Abbastanza, sì».

Restò in attesa. Mi guardavo le mani, perciò non vedevo la sua espressione.

«Prosegui». Sembrava calmo.

«Non so da dove cominciare».

«Perché non cominci dall'inizio... Hai detto che questa teoria non è tutta farina del tuo sacco».

«No».

«A cosa ti sei ispirata? Un libro? Un film?».

«No... è stato sabato, alla spiaggia». Arrischiai un'occhiata al suo viso. Sembrava interdetto. «Ho incontrato per caso un vecchio amico di famiglia, Jacob Black. Suo padre e Charlie si frequentano da quando ero bambina».

Continuava ad apparire confuso.

«Suo padre è un anziano dei Quileutes». Lo osservai con attenzione. Non batteva ciglio. «Abbiamo fatto una passeggiata...», sorvolai sul mio comportamento malizioso, «e lui mi ha raccontato vecchie leggende locali, probabilmente per spaventarmi. Me ne ha raccontata una...», mi fermai, esitando.

«Continua».

«...che parla di vampiri», bisbigliai. A quel punto, non riuscivo a guardarlo in faccia. Ma notai le sue nocche stringersi sul volante.

«E hai pensato immediatamente a me?». Manteneva la calma.

«No. Lui... ha citato la tua famiglia».

Restò zitto, con gli occhi fissi sulla strada.

All'improvviso sentii che dovevo proteggere Jacob.

«Secondo lui era solo una sciocca superstizione», aggiunsi svelta. «Non pensava che ci avrei ricamato sopra». Ma non mi sembrò abbastanza, dovevo confessare: «È stata colpa mia, l'ho costretto a raccontarmela».

«Perché?».

«Lauren ha fatto il tuo nome, così, per provocarmi. E un ragazzo più grande, della tribù, le ha risposto che la tua famiglia non entra nella riserva, ma il suo tono evidentemente nascondeva qualcosa. Perciò sono rimasta sola con Jacob e gliel'ho estorto con l'inganno», ammisi a capo chino.

Incredibilmente, iniziò a ridere. Io alzai gli occhi. Rideva, ma il suo sguardo era furente, fisso davanti a sé.

«Con l'inganno? E come?».

«Ho fatto la smorfiosa con lui, e ha funzionato meglio di quanto io stessa pensassi». Rievocando la scena, io per prima ero incredula.

«Mi sarebbe piaciuto assistere». Rise a mezza voce. «E poi mi accusi di fare colpo sulle persone... povero Jacob Black».

Arrossii e guardai il panorama notturno fuori dal finestrino.

«E allora cos'hai fatto?», chiese lui, subito dopo.

«Una breve ricerca su Internet».

«E hai trovato conferma ai tuoi dubbi?». Sembrava molto poco interessato. Ma non allentava la presa ferrea sul volante.

«No, non mi quadrava niente. Più che altro si trattava di stupidaggini. E poi...».

«Poi cosa?».

«Ho deciso che non m'importa», sussurrai.

«Non ti importa?». Il suo tono mi convinse ad alzare gli occhi: avevo finalmente fatto breccia al di là della maschera costruita con tanta cura. Era incredulo, la rabbia che temevo lo sfiorava appena.

«No», dissi sottovoce. «Non m'importa cosa sei».

Mi parlò con un filo di cattiveria, come per prendermi in giro: «Non t'importa se sono un mostro? Se non sono umano?».

«No».

Tacque, lo sguardo fisso sul parabrezza. La sua espressione era vuota e fredda.

«Ti ho fatto arrabbiare», dissi. «Non avrei dovuto aprire bocca».

«No», rispose, ma la voce era dura come la sua espressione. «Preferisco sapere cosa pensi... anche se ciò che pensi è assurdo».

«Quindi mi sto sbagliando di nuovo?».

«Non intendevo questo. "Non m'importa!"», ripeté le mie parole digrignando i denti.

«È così allora?».

«T'interessa?».

Respirai a fondo.

«Non proprio», attesi un istante, prima di continuare: «Ma sono curiosa». Se non altro, non avevo perso il controllo della voce.

Tutto a un tratto, mi sembrò rassegnato. «Cosa vuoi sapere?».

«Quanti anni hai?».

«Diciassette», rispose istantaneamente.

«E da quanto tempo hai diciassette anni?».

Guardava la strada, con le labbra contratte. Alla fine, si rassegnò a rispondere: «Da un po'».

«D'accordo». Sorrisi, contenta che finalmente fosse sincero. Mi scrutò come quando era preoccupato che mi venisse un attacco di panico. Continuai a sorridere per rassicurarlo, e lui si fece scuro in volto.

«Non ridere se te lo chiedo, ma... come fai a uscire di casa quando è giorno?».

Rise. «Leggenda».

«Non ti sciogli al sole?».

«Leggenda».

«Dormi dentro una bara?».

«Leggenda». Per un momento esitò, poi proseguì con un tono di voce strano: «Io non dormo».

Mi ci volle un minuto per digerire quella risposta. «Mai?».

«Mai», confermò, con un filo di voce. Si voltò verso di me, mesto. I suoi occhi dorati catturarono i miei, facendomi smarrire il filo del discorso. Sostenni il suo sguardo finché non lo volse altrove.

«Non mi hai ancora fatto la domanda più importante». Era tornato freddo e sulla difensiva.

Ero ancora imbambolata. Cercai di riprendermi. «Quale sarebbe?».

«Non sei preoccupata della mia dieta?», chiese, sarcastico.

«Ah... quella».

«Sì, quella. Non sei curiosa di sapere se mi nutro di sangue?».

Mi ritrassi appena. «Be', Jacob mi ha detto qualcosa».

«Cosa ti ha detto?», chiese, senza tradire nessuna emozione.

«Ha detto che voi non... andate a caccia di umani. Ha detto che la tua famiglia non è considerata pericolosa, perché vi cibate solo di animali».

«Ha detto che non siamo pericolosi?», sembrava profondamente scettico.

«Non esattamente. Ha detto che non vi ritengono pericolosi. Ma che per non correre rischi, i Quileutes ancora oggi non vi vogliono nel loro territorio».

Aveva lo sguardo fisso davanti a sé, ma non ero sicura che stesse osservando la strada.

«Ha detto la verità? Riguardo a voi e agli umani, dico». Cercai di risultare il più tranquilla possibile.

«I Quileutes hanno una buona memoria», sussurrò.

La presi come una conferma.

«Non fidarti troppo, però. Fanno bene a mantenere le distanze. Siamo ancora pericolosi».

«Non capisco».

«Ci proviamo», spiegò, lentamente. «Di solito riusciamo molto bene in ciò che facciamo. Ogni tanto compiamo qualche errore. Io, per esempio, non dovrei restare solo con te».

«Questo è un errore?». Mi accorsi della mia voce triste, senza capire se anche lui l'avesse notata.

«Un errore molto pericoloso», mormorò.

A quel punto tacemmo entrambi. Guardavo i fasci di luce dei fari curvarsi assieme alla strada. Erano troppo veloci, sembravano irreali, come in un videogioco. Il tempo scorreva lesto come la strada scura alle nostre spalle, e avevo il terrore che quella fosse la mia ultima occasione per restare sola con lui, così, apertamente, senza muri a separarci. Le sue parole alludevano a un'idea che non volevo prendere in considerazione. Non potevo sprecare nemmeno un istante.

«Vai avanti», chiesi, disperata, incurante di cosa avrebbe detto, solo per sentirlo parlare di nuovo.

Mi lanciò un'occhiata, stupito dal tono mutato della mia voce. «Cos'altro vuoi sapere?».

«Dimmi perché vai a caccia di animali, anziché di esseri umani», suggerii, ancora con lo sconforto nella voce. Avevo gli occhi lucidi, e mi sforzavo di combattere il senso di pena che voleva prendere il sopravvento.

«Non voglio essere un mostro». Parlò a voce bassissima.

«Ma gli animali non ti bastano?».

Fece una pausa. «Non ho verificato, ovviamente, ma immagino che sia come una dieta a base solo di tofu e latte di soia. Per scherzare, ci definiamo "vegetariani". Gli animali non placano del tutto la fame, o meglio, la sete. Ma riusciamo a mantenerci in forze. Il più delle volte». La sua voce tornò minacciosa: «Talvolta è davvero difficile».

«Anche in questo momento?».

Sospirò. «Sì».

«Però adesso non hai fame», dissi, ed era una constatazione, non una domanda.

«Cosa te lo fa pensare?».

«I tuoi occhi. Ho una teoria, te l'ho detto. Ho notato che le persone - soprattutto gli uomini - diventano indisponenti, quando hanno fame».

Si lasciò scappare una risata leggera. «Sei una brava osservatrice, eh?».

Non risposi: restai semplicemente in ascolto della sua risata, per conservarne il ricordo.

«Lo scorso weekend sei andato a caccia con Emmett?», chiesi, quando tornò il silenzio.

«Sì». Per un secondo esitò, indeciso se proseguire. «Non avrei voluto andare via, ma ne avevo bisogno. È più facile starti vicino quando non ho sete».

«Perché non volevi andarci?».

«Starti lontano... mi rende... ansioso». Il suo sguardo era dolce ma intenso, e mi sciolse. «Non scherzavo, quando ti ho chiesto di badare a non cadere nell'oceano o a non farti investire, giovedì. Per tutto il fine settimana sono rimasto in pensiero. E dopo stasera, mi sorprende che tu sia sopravvissuta al weekend senza farti un graffio». Scosse il capo e poi parve ricordarsi di qualcosa: «Be', non proprio».

«Cosa?».

«Le tue mani». Notai i graffi quasi invisibili sui miei polsi. Non perdeva un particolare.

«Sono caduta», sospirai.

«Lo immaginavo». Le labbra si incurvarono in un sorriso. «È anche vero che, per i tuoi standard, avrebbe potuto andare peggio, ed è proprio questo che mi ha tormentato, mentre ero lontano da te. Sono stati tre giorni molto lunghi. Ho rischiato di far saltare i nervi a Emmett». Mi rivolse un sorriso dolente.

«Tre giorni? Non siete tornati oggi?».

«No, siamo a casa da domenica».

«Ma allora perché nessuno di voi è venuto a scuola?». Ero frustrata, quasi infuriata, al pensiero della sofferenza che mi aveva causato non vederlo.

«Be' mi hai chiesto se il sole mi fa male e ti ho risposto di no. Però non posso espormi alla sua luce... perlomeno, non in pubblico».

«Perché?».

«Un giorno ti farò vedere, te lo prometto».

Ci pensai un istante.

«Potevi chiamarmi».

Lui restò di stucco. «Ma sapevo che eri sana e salva».

«Io invece non sapevo dove fossi tu. Io...», non riuscii a continuare e chinai lo sguardo.

«Cosa?». La sua voce era vellutata. Impossibile non arrendermi.

«Non mi ha fatto piacere non vederti. Anche a me viene l'ansia». Pronunciare quella frase ad alta voce mi fece arrossire.

Lui tacque. Alzai lo sguardo, impaziente, e vidi sul suo volto un'espressione addolorata.

«Ah», esclamò tra sé. «Così non va».

Non capii quella risposta. «Cos'ho detto?».

«Non capisci, Bella? Che io renda infelice me stesso è una cosa, ma che tu sia coinvolta è un altro paio di maniche». Rivolse lo sguardo preoccupato verso la strada, parlava troppo velocemente, quasi non lo capivo. «Non voglio più sentirti dire che provi cose del genere», disse, con un tono basso ma deciso. Le sue parole mi trafissero. «È sbagliato. È rischioso. Bella, io sono pericoloso... ti prego, renditene conto».

«No». Era molto difficile cercare di non sembrare una bambina testarda.

«Dico sul serio», ringhiò lui.

«Anch'io. Te l'ho detto, non m'importa cosa sei. È troppo tardi».

La sua voce schioccò come una frustata, sorda e secca. «Non dirlo mai».

Serrai le labbra, lieta che non si rendesse conto del mio tormento. Guardai fuori dal finestrino. Superavamo di molto il limite di velocità. Ormai eravamo quasi arrivati.

«A cosa pensi?», chiese, ancora nervoso. Scossi il capo, non mi sembrava il caso di parlare. Sentivo il suo sguardo addosso, ma non battevo ciglio.

«Piangi?». Sembrava stupito. Non mi ero accorta che i lucciconi avessero debordato. Mi strofinai in fretta la guancia. E sì, eccome se c'erano.

«No». Cercai di parlare, ma non avevo voce.

Lo vidi accennare un movimento con la mano destra, sembrava volesse toccarmi ma si bloccò, e lentamente tornò a stringere il volante.

«Scusa». La sua voce era densa di dispiacere. Sapevo che non si riferiva soltanto alle parole che mi avevano turbata.

L'oscurità e il silenzio ci avvolsero.

Sospirai. Rallentavamo, stavamo entrando dentro Forks. Dopo meno di venti minuti di viaggio.

«Ci vediamo domani?», chiesi.

«Sì... Anch'io devo consegnare un saggio». Sorrise. «Ti tengo il posto, a pranzo».

Era assurdo, dopo tutto quel che avevamo passato nelle ore precedenti, che quella piccola promessa mi facesse sentire le farfalle nello stomaco, e fui incapace di aprire bocca.

Eravamo giunti di fronte a casa di Charlie. Le luci erano accese, il pick-up parcheggiato, tutto assolutamente normale. Fu come svegliarsi da un sogno. L'auto si fermò, ma non accennai a scendere.

«Prometti che domani ci sarai?».

«Lo prometto».

Ci pensai per qualche istante, poi annuii. Mi levai il suo giaccone, annusandolo un'ultima volta.

«Puoi tenerlo... o domani non avrai niente da mettere».

Glielo restituii. «Non mi va di dare spiegazioni a Charlie».

«D'accordo». Ammiccò.

Rimasi lì, la mano sulla portiera, desiderosa di prolungare quel momento.

«Bella?», domandò, con tutt'altra voce. Seria, ma con un tentennamento.

«Sì?». Mi voltai verso di lui fin troppo pronta.

«Mi prometti una cosa?».

«Sì». Subito, però, mi pentii della mia condiscendenza incondizionata. E se mi avesse chiesto di restargli lontana? Non avrei potuto mantenere la parola.

«Non andare nel bosco da sola».

Lo fissai confusa, stupefatta. «Perché?».

Si fece scuro in viso e rivolse uno sguardo aguzzo dietro di me, oltre il finestrino.

«Diciamo che non sono sempre io, la cosa più pericolosa in circolazione».

L'improvvisa tetraggine della sua voce mi provocò un brivido, ma poco importava. Una promessa del genere almeno era facile da rispettare. «Come vuoi».

«Ci vediamo domani», disse, con un sospiro, e capii che voleva che ci salutassimo così.

«A domani, allora». Aprii la portiera controvoglia.

«Bella?». Mi girai di nuovo e lui era lì, proteso verso di me, il suo volto magnifico e pallido a pochi centimetri dal mio. Mi si fermò il cuore.

«Sogni d'oro». Il suo respiro mi soffiò sulle guance e mi stordì. Lo stesso profumo squisito che avevo sentito sul suo giubbotto, soltanto più denso. Si allontanò, e io rimasi impalata e sbalordita, con gli occhi sbarrati.

Restai impietrita finché non sciolsi il nodo che avevo nel cervello. Poi scesi dall'auto goffamente, tanto che dovetti reggermi alla carrozzeria per non cadere. Mi sembrò di sentirlo ridere, ma il suono era troppo soffocato per esserne certa.

Attese finché non raggiunsi l'entrata, dopodiché lo sentii avviare il motore. Rimasi a guardare l'auto argentea sparire dietro l'angolo. Allora mi resi conto che faceva davvero freddo.

Meccanicamente frugai in cerca della chiave, aprii la porta ed entrai.

La testa mi girava come una giostra, ero piena di immagini incomprensibili, alcune cercavo di reprimerle. A prima vista niente sembrava chiaro, ma più mi avvicinavo a uno stato di incoscienza, più emergevano nettamente alcuni punti fermi.

Di tre cose ero del tutto certa. Primo, Edward era un vampiro. Secondo, una parte di lui - chissà quale e quanto importante - aveva sete del mio sangue. Terzo, ero totalmente, incondizionatamente innamorata di lui.

 

From Stephenie Meyer's "Twilight"

*

 
A prima vista
 
 
 

 

Ecco il momento della giornata in cui non desideravo altro che poter dormire.
Le ore di scuola.
Forse la definizione giusta era "purgatorio". Ammesso che espiare le mie colpe fosse possibile, quelle ore andavano conteggiate. Non ero mai riuscito ad abituarmi alla mia noia; per assurdo, ogni giorno sembrava ancora più monotono del precedente.
Immagino quello fosse il mio modo di dormire – se vogliamo chiamare sonno lo stato di inerzia tra un periodo di attività e l’altro.
Fissavo le crepe che correvano sull’intonaco dell’angolo della mensa, e ci leggevo intrecci inesistenti. Un modo come un altro per staccarmi dalle voci che mi blateravano in testa come acqua scrosciante.
Centinaia e centinaia di voci, talmente noiose da passare inosservate.
Frequentando la mente degli umani, ne avevo sentite di tutti i colori. Quel giorno lo spreco di energie collettive, riguardava la banale vicenda di un nuovo arrivo nello sparuto corpo studentesco locale. Bastava davvero poco a mandarli su di giri.
Vedevo il nuovo volto riflesso di pensiero in pensiero, da ogni angolazione. Una ragazza, un essere umano qualsiasi. L’eccitazione che aveva preceduto il suo arrivo era scontata e prevedibile – come mostrare un oggetto luccicante ad un pargolo. Metà del gregge dei maschi si vedeva già innamorato di lei, soltanto perché era qualcosa di nuovo da contemplare. Erano i più difficili da ignorare.
Le voci che bloccavo per gentilezza, anziché per disgusto, erano soltanto quattro: quelle dei miei familiari, due fratelli e due sorelle, tanto abituati dalla mancanza di privacy in mia presenza da non farci neanche più caso. Cercavo di concedergli la maggior intimità possibile. Se mi riusciva, evitavo di ascoltarvi.
Ma per quanto mi sforzassi… sapevo tutto.
Rosalie, come al solito, pensava a se stessa. Si era vista riflessa in un paio di occhiali, ed era concentrata sulla propria perfezione. La mente di Rosalie era uno specchio d’acqua poco profondo e privo di sorprese.
Emmett non aveva ancora smaltito la rabbia dopo la sconfitta un incontro di lotta contro Jasper, la sera prima. Si stava sforzando di portare pazienza, per quel poco che gli riusciva, in attesa della rivincita che voleva organizzare alla fine della giornata.
Ascoltare la mente di Emmett non mi metteva mai in imbarazzo, perché i suoi pensieri si traducevano sempre in una frase o un gesto. Forse le difficoltà nascevano con gli altri, perché sapevo che c’era sempre qualcosa che avrebbero desiderato tenermi nascosto. Se nella mente di Rosalie c’erano acque poco profonde, quella di Emmett era un lago senza ombre, trasparente come il vetro.
Jasper, invece… soffriva. Soffocai un respiro.
"...Edward..." Alice mi chiamò, mentalmente, catturando all’istante la mia attenzione.
Proprio come se mi avesse chiamato ad alta voce. Ero contento che il mio nome di battesimo non fosse più tanto di moda – che fastidio, voltarmi automaticamente ogni volta che qualcuno pensava ad un Edward.
In quel caso, non mi voltai. Io e Alice eravamo esperti di conversazioni private.
Passavamo quasi sempre inosservati. Non staccai gli occhi dall’intonaco.
"Come sta reagendo?.." Chiese lei.
Mi rabbuiai, cambiando leggermente espressione della bocca. Niente di percepibile dagli altri. Potevo sembrare semplicemente annoiato.
Il tono dei pensieri di Alice sembrava allarmato, e leggendo la sua mente notai che, con la coda dell’occhio, osservava Jasper. "...E’ in pericolo?.." Spingendosi in avanti, nel futuro immediato, cercò tra immagini di monotonia l’origine della mia smorfia.
Mi voltai lentamente a sinistra come per osservare la parete, sbuffai, e torna i seguire le crepe sul soffitto, alla mia destra. Solo Alice capì che le stavo rispondendo di no.
Si rilassò. "..Fammi sapere se peggiora."
Guardai prima all’insù, poi verso terra.
"Grazie dell’aiuto."
Per fortuna non potevo risponderle ad alta voce. Cosa avrei potuto dirle? "E’ un piacere"? Non lo era affatto. Non mi piaceva ascoltare le lotte interiori di Jasper. C’era davvero bisogno di fare certi esperimenti? Non sarebbe stato più sicuro ammettere la sua incapacità di tenere a bada la sete come noi altri, senza mettersi alla prova in quel modo? Perché giocare con il pericolo, la catastrofe?
Dalla nostra ultima battuta di caccia erano passate più di due settimane. Non era un intervallo di tempo eccessivo, per noi. A volte dava un certo fastidio – se un essere umano si avvicinava troppo, se il vento soffiava dalla parte sbagliata. Raramente però gli umani osavano tanto. L’istinto diceva loro ciò che con la mente non avrebbero mai capito: eravamo pericolosi.
E Jasper era già molto pericoloso.
In quel momento, una ragazzina si fermò accanto al tavolo più vicino al nostro, per parlare con un’amica. Con le dita, si ravvivò i capelli corti e rossicci. La ventola del riscaldamento ne soffiò il profumo verso di noi. Ero abituato alle mie reazioni, in quei casi – il bruciore nella gola secca, i morsi della fame nello stomaco vuoto, la contrazione automatica dei muscoli, l’eccesso di veleno in bocca…
Reazioni normali, facili da ignorare, di solito. In quel modo, concentrato su Jasper, le sensazioni erano più forti, raddoppiavano, e la difficoltà aumentava. Sentivo la mia sete e la sua gemella. Jasper si stava lasciando trasportare dall’immaginazione. Si vedeva abbandonare il posto accanto ad Alice, per avvicinarsi alla ragazzina. Fantasticava di chinarsi verso di lei, come per sussurrarle qualcosa all’orecchio, e di sfiorarle l’incavo del collo con le labbra. Pregustava la sensazione, tra i denti, di ciò che scorreva caldo sotto quella pelle delicata.
Diedi un calcio alla sua sedia.
Per un istante incrociò il mio sguardo, poi abbassò gli occhi. Nella sua mente, sentivo la guerra tra vergogna e ribellione.
"scusa", mormorò.
Mi strinsi nelle spalle.
"Non ci saresti riuscito" sussurrò Alice, per consolarlo. "L’ho visto".
Evitai di sorridere, per non rivelare che stava mentendo. Dovevamo restare uniti, io e Alice. Ascoltare le voci, vedere nel futuro, non era facile. Risultavamo strani persino ai nostri simili. Ci aiutavamo a proteggere i rispettivi segreti.
"Cercare di vederli come persone aiuta", suggerì Alice, con quella sua voce acuta, musicale, troppo veloce perché le orecchie umane la capissero, ammesso che fossero abbastanza vicine da sentirle. "Si chiama Whitney. Ha una sorellina appena nata che adora. Sua madre ha invitato Esme a quella festa in giardino, ricordi?"
"So chi è" fu la risposta secca di Jasper. Si voltò a guardare verso una delle finestrelle posizionate appena sotto l’angolo tra la parete e il soffitto. Le sue parole perentorie chiusero la conversazione.
Gli ci voleva una battuta di caccia, quella sera stessa. Era ridicolo prendersi un rischio simile, nel tentativo di mettersi alla prova, di aumentare la resistenza. Jasper doveva accettare i propri limiti e farsene una ragione. Le sue vecchie abitudini erano inconciliabili con il nostro stile di vita; era inutile ostinarsi in quel modo.
Alice sospirò piano, si alzò in piedi prendendo con se il vassoio del pranzo – semplice arredo scenico – e lasciò Jasper. Capiva subito se i suoi incoraggiamenti non erano ben accetti. Benché la relazione tra Rosalie ed Emmett fosse la più lampante, la conoscenza reciproca tra Alice e Jasper era molto più profonda. Come se anche loro fossero capaci di leggersi nel pensiero.
"..Edward Cullen..."
Riflesso automatico. Mi voltai, sentendo qualcuno chiamare il mio nome, benché lo avesse soltanto pensato, non pronunciato.
Per una frazione di secondo, i miei occhi incrociarono quelli marrone scuro di un volto umano, un viso a forma di cuore, dal colorito pallido. Un viso che conoscevo, malgrado non l’avessi ancora visto di persona. Lo avevo incontrato in quasi tutti i pensieri umani, quel giorno. La nuova alunna, Isabella Swan. Figlia dell’ispettore di polizia del posto, presa in custodia dal padre separato. Bella. Aveva già corretto chiunque l’avesse chiamata con il nome intero…
Guardai altrove, annoiato. Mi ci volle un secondo, per capire che non era stata lei a pensare il mio nome.
"Ovviamente sta già perdendo la testa per i Cullen... "Il pensiero proseguiva così.
A quel punto riconobbi la "voce". Jessica Stanley – era passato un po’ di tempo da quando mi aveva disturbato con il suo chiacchiericcio interno. Che sollievo, quando aveva superato la sua infatuazione malriposta. Era quasi impossibile sfuggire ai suoi costanti e ridicoli sogni a occhi aperti. All’epoca avevo desiderato di poterle spiegare esattamente cosa sarebbe successo se le mie labbra, e i denti che celavano, le si fossero avvicinate troppo. Avrei zittito tutte quelle fantasie moleste. Al pensiero della sua reazione accennai un sorriso.
"..Ben le sta.." continuò Jessica."... Non è neanche bella. Non capisco perché Eric la fissi in quel modo… e pure Mike.."
Trasalì, mentalmente, al nome di Mike. Mike Newton, studente di media popolarità e sua cotta più recente, non le prestava la minima attenzione. Viceversa, non perdeva d’occhio la nuova alunna. Riecco il bambino davanti all’oggetto luccicante. Ciò aggiunse un che di perfido ai pensieri di Jessica, che tuttavia di sforzava di essere genericamente cordiale con la nuova arrivata, a cui stava raccontando una sfilza di luoghi comuni sulla mia famiglia. Evidentemente la nuova le aveva chiesto di noi.
"Oggi anch’io sono sotto gli occhi di tutti", pensò Jessica, tra sé. "E’ stata una bella fortuna frequentare due lezioni assieme a Bella… Scommetto che Mike mi chiederà subito se è…"
Cercai di filtrare quello stupido chiacchiericcio, prima che sciocchezze e banalità mi fassero impazzire.
"Jessica Stanley sta spiattellando tutti i pettegolezzi sul clan dei Cullen alla nuova arrivata, la figlia di Swan" mormorai a Emmett, per distrarmi.
Soffocò una risata. Spero che non si sia persa i dettagli, pensò.
"Poca fantasia, direi. Giusto un briciolo di scandalo. Neanche un grammo di orrore. Sono un po’ deluso."
E la ragazza nuova? Anche lei è delusa dai pettegolezzi?
Cercai di ascoltare cosa pensasse del racconto di Jessica la nuova arrivata. Cosa vedeva Bella quando guardava la strana famiglia dalla pelle di gesso che tutti evitavano?
Conoscerne le reazioni, più o meno, rientrava nei miei compiti. Ero come una vedetta, per così dire, per la mia famiglia. Per proteggerla. Quando qualcuno diventava sospettoso, segnalavo il pericolo e iniziava la ritirata. Succedeva, di tanto in tanto – certi esseri umani dalla fantasia fertile ci riconoscevano, nei personaggi di libri o film. Anche se di solito si sbagliavano, quello era il momento giusto per trasferirci altrove, piuttosto che rischiare che approfondissero le indagini. Molto più raramente spuntava qualcuno che capiva. Non gli davamo nemmeno la possibilità di verificare le sue ipotesi. Ce ne andavamo, di punto in bianco, lasciandoci alle spalle soltanto un ricordo spaventoso…
Non sentivo niente, malgrado ascoltassi a pochissima distanza dal punto in cui il frivolo monologo interiore di Jessica continuava a spillare. Come se accanto a lei non ci fosse nessuno. Stranissimo, forse la ragazza di era spostata. Poco probabile, perché Jessica continuava a ciarlare. Alzai lo sguardo per controllare, e mi sentii goffo. Non mi capiva quasi mai di dover controllare ciò che il mio "udito" supplementare mi suggeriva.
Di nuovo, il mio sguardo incrociò quei grandi occhi castani. Era seduta proprio dove l’avevo già vista, e guardava verso di noi; una posa spontanea, pensavo, dal momento che Jessica non aveva ancora finito di renderle conto dei pettegolezzi locali sui Cullen. Anche pensare a noi era una reazione spontanea.
Ma non sentivo niente di niente.
Nel momento in cui abbassò lo sguardo per evitare la spiacevole gaffe di farsi sorprendere a fissare uno sconosciuto, sulle sue guance apparve un invitante e caldo rossore. Per fortuna Jasper non aveva ancora allontanato gli occhi dalla finestra. Non era piacevole immaginare cos’avrebbe combinato al suo autocontrollo quell’affiorare di sangue.
I sentimenti apparivano chiari sul suo viso, come se li avesse scritti in fronte: sorpresa, mentre coglieva, ignara, i segni della sottile differenza tra la sua razza e la mia; curiosità per il racconto di Jessica; e poi, qualcos’altro… attrazione? Non sarebbe stata la prima volta. Alle nostre presunte prede, apparivamo bellissimi. Infine, imbarazzo, quando mi accorsi che stava guardando me.
Eppure, malgrado i suoi pensiero fossero così evidenti, in quegli occhi strani –strani per quanto erano profondi; di solito, gli occhi castani così scuri sembrano piatti- dal suo posto non sentivo provenire che silenzio. Niente di niente.
Per un istante mi sentii a disagio.
Non mi era mai accaduto prima. C’era qualcosa che non andava? Io mi sentivo lo stesso di sempre. Mi preoccupai, e cerca di aguzzare l’orecchio.
Tutte le voci che avevo bloccato irruppero di colpo nella mia testa.
"… chissà che musica le piace… potrei forse parlarle di quel nuovo cd …" ecco cosa pensava Mike Newton, a due tavoli di distanza – pensieri fissi su Bella Swan.
Se la mangia con gli occhi. Non gli basta che metà delle ragazze della scuola gli facciano la corte… Eric Yorkie elaborava pensieri maligni, anch’essi incentrati sulla ragazza.

" disgustoso. Neanche fosse una vip o qualcosa del genere… persino Edward Cullen la guarda… " Lauren Malloy verde d’invidia, anzi, giada scuro. E Jessica, che si fa bella grazie alla nuova amichetta. Mi fanno ridere… i pensieri della ragazza sprizzavano vetriolo.
"…scommetto che gliel’hanno chiesto tutti. Ma mi piacerebbe parlare con lei.
Cercherò una domanda più originale… "rimuginava Ashley Bowling.
"… magari la incontro alla lezione di spagnolo…" sperava June Richardson.
"… troppe cose da fare, stasera! Trigo, e il compito di inglese. Spero che mamma…" Angela Weber, ragazza riservata, i cui pensieri erano stranamente cortesi, era l’unica della tavolata a non essere ossessionata da questa Bella.
Li sentivo tutti, coglievo i loro più insignificanti pensieri mano a mano che nascevano. Ma nella mente della nuova alunna, dagli occhi così espressivi e ingannevoli, non trovavo nulla.
Ovviamente riuscii a sentire ciò che disse quando rispose a Jessica. Non c’era bisogno di leggerle nel pensiero, per coglierne la voce bassa e limpida, all’altro capo del lungo salone.
"chi è quello con i capelli rossicci?" la sentii chiedere, sbirciando verso di me, con la coda dell’occhio, e voltandosi all’istante quando capì che mi ero accorto di lei.
Avevo sperato che ascoltare il suono della sua voce mi avrebbe aiutato a individuare il tono dei suoi pensieri, persi in un luogo inaccessibile, ma mi dovetti disilludere all’istante. Di solito, i pensieri delle persone somigliavano molto alle loro voci reali.
Questo tono timido e tranquillo non mi era familiare, non somigliava a nessuno tra quelli che risuonavano per la sala a centinaia, ne ero sicuro. Era completamente nuovo.
"Ah, buona fortuna, idiota!" Pensò Jessica, prima di rispondere alla domanda dell’amica. <si chiama Edward. E’ uno schianto, ovviamente, ma non sprecare il tuo tempo. Non esce con nessuna. A quanto pare qui non ci sono ragazze abbastanza carine per lui>, disse, con aria sprezzante.
Mi voltai per nascondere il mio sorriso. Jessica e le sue compagne di classe non si rendevano conto di quanto fossero fortunate, a non piacermi particolarmente,
Al di là di quel momento ironico, sentii un impulso strano, che non riuscivo a comprendere. Aveva qualcosa a che fare con il velo di cattiveria nei pensieri di Jessica, del quale la nuova arrivata era ignara… Sentii il bizzarro impulso di infilarmi tra di loro, di proteggere questa Bella Swan dalle oscure macchinazioni della mente di Jessica. Che cosa strana. Nel tentativo di inquadrare le motivazioni di tale impulso, esaminai ancora una volta la nuova arrivata.
Forse era un istinto di protezione nascosto da tempo – il forte in favore del debole. Questa ragazza pareva molto più fragile delle sue compagne di classe. La sua pelle era diafana, incapace di proteggerla dal mondo esterno. Sotto quella membrana trasparente e pallida, riuscivo a scorgere il pulsare ritmico del sangue… Meglio non concentrarmici troppo. Ero perfettamente in grado di condurre la vita che avevo scelto, ma anche assetato quanto Jasper, e lasciarmi stuzzicare dalle tentazioni non aveva senso.
Forse non se n’era accorta ma aveva leggermente corrugato le sopracciglia.
Che frustrazione incredibile! Era ovvio che per lei fosse un tremendo sforzo, stare lì seduta a parlare con degli sconosciuti, essere al centro dell’attenzione. Sentivo la sua timidezza nel modo in cui stringeva le spalle dall’aria fragile, leggermente ingobbita, come se temesse un rimprovero da un momento all’altro. E riuscivo soltanto a intuire, a vedere, a immaginare. In quella ragazza umana non trovavo che silenzio. Non sentivo niente. Perché?
<andiamo?> mormorò Rosalie, interrompendo i miei pensieri.
Tolsi gli occhi dalla ragazza e mi sentii sollevato. Non volevo insistere per i suoi pensieri nascosti, soltanto perché non potevo leggerli. Ovvio, nel momento in cui li avessi decifrati – perché prima o poi ci sarei riuscito, ne ero sicuro – li avrei trovati sciocchi e banali come quelli di qualsiasi altro essere umano. Indegni dello sforzo compiuto per raggiungerli.
<allora, la nuova ha già paura di noi?> chiese Emmett, ancora in attesa della risposta alla domanda precedente.
Mi strinsi nelle spalle. Non era interessato a sufficienza per insistere. E nemmeno io avrei dovuto esserlo.

 
 
Da
>Midnight Sun<
>Edward Cullen<
 
 

da vedere...

 
 
 
Twilight

Some might say- Oasis

Some might say that sunshine follows thunder ....
Go and tell it to the man who cannot shine ....
Some might say that we should never ponder on our thoughts today
cos they will sway over time

Some might say we will find a brighter day ...

Cos I've been standing at the station
In need of education in the rain
You made no preparation for my reputation once again
The sink is full of fishes
She's got dirty dishes on the brain
It was overflowing gently but it's all elementary my friend

Some might say they don't believe in heaven
Go and tell it to the man who lives in hell ...
Some might say you get what you've been given
If you don't get yours I won't get mine as well...

Some might say we will find a brighter day...

Cos I've been standing at the station
In need of education in the rain
You made no preparation for my reputation once again
The sink is full of fishes
Cos she's got dirty dishes on the brain
And my dog's been itchin'
Itchin' in the kitchen once again

Some might say ....
 
 

(L)


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You make my world...
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*

You are my only I’ve ever known
That makes me feel this way
Couldn’t on my own
I want to be with you until we’re old

You have the love you need
right in front of you
...

As long as I’m living, I’ll be waiting
As long as I’m breathing, I’ll be there
Whenever you call me, I’ll be waiting
Whenever you need me, I’ll be there....
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Lasciati andare...

lasciati andare
segui il tuo cuore e arrivando alle stelle
prova a prendere quelle
nessuna è più bella di me
e non dirmi ti amo anche tu

dammi soltanto il tuo cuore e niente di più

Segui il tuo cuore e vedrai
vedrai che allora è tutto chiaro
e vedrai così lontano e vedrai che è tutto vero
capirai cosa dicevo ...
 
...lasciati andare con me...       Image Hosted by ImageShack.us                                            

Scrubs, citazioni e aforismi Di Perry Cox

Lascia che proceda brevemente a illustrarti quella che amo definire La filosofia di Perry:
1) se quello che fa la fila davanti a me al bar non ha deciso cosa comprare quando è arrivato alla cassa, dovrei avere il diritto di ucciderlo;
2) sono quasi sicuro che se da internet togliessero tutta la pornografia resterebbe un solo sito chiamato Ridateci i porno;
3) l'unico modo per essere rispettato come medico, anzi come uomo, è di essere un'isola: nasciamo soli e senza ombra di dubbio moriamo soli

Ehi Bob, quando il principe delle tenebre ti richiamerà a casa, ti prego.. promettimi che donerai il tuo corpo alla scienza. E non intendo la scienza medica, ma la NASA. Perché quando tutti quei cervelloni avranno rinunciato a cercare di capire com'è fatto un buco nero, guardando quello spazio dove un tempo ci sarebbe dovuto essere il tuo cuore, diranno finalmente sollevati: "Oh, che sciocchi... Ecco com'è fatto!!!"

Carla, ho un figlio di sei mesi, diventerò uno di quei vecchi strambi che portano il figlio al parco e tutti mi guarderanno chiedendosi: mm… sarà il padre, sarà il nonno, sarà il nonno del padre del nonno? Oh mio Dio, ma perché sta spingendo un nano da giardino sull'altalena mentre il suo bambino di cinque anni è per terra che piange? Sta forse facendo uno scherzo al bambino? No, è che neanche riesce a vederlo il bambino e, ora, guarda… prende il nano da giardino, lo mette nella station wagon e se ne va, mentre il suo bambino piange e il nano da giardino se ne sta seduto tranquillo a guardare "Alla ricerca di Nemo" in DVD

Ci sono talmente tanti modi in cui potrei risponderti: Mai, neanche tra un milione di anni, assolutamente no, scordatelo, toglitelo dalla testa, niente, negativo, mmhm, naa, noo e naturalmente quello che preferisco in assoluto. L'uomo che cade nel burrone: NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOoooooooooooooooo..... puf...!

Non voglio sentire niente di ciò che esce dalla bocca di quell'uomo, a meno che non sia : "Oh mio Dio! Sto morendo! Ecco, sto andando verso la luce ma, un momento! C'è qualcosa di sbagliato, questo è l'Inferno, Ciao Hitler! Ciao Mussolini! Capitan Harlock... Che ci fai qui?"

[Indicando i pazienti] Morta, morto, morto, morto e oh... Bontà divina! Guarda, qualcuno per cui forse possiamo fare qualcosa!

(Rivolgendosi a Carla, e Turk) Oh... riavvolgete il nastro, Tarla... o Curk... o come diavolo chiamate questo piccolo mostro bicefalo. Adesso vi faccio quel pezzo intitolato "Il primo anno di matrimonio": Lo voglio, Oh... baci baci baci, Perché non facciamo un figlio?!, Perché spendi tanto in vestiti?, Vai a letto con mia sorella?!?!, Esco con i miei amici!!!... BOOMMM!!!!!

Siamo per caso finiti in una dimensione parallela dove dovrebbe importarmi qualcosa di quello che dici o fai?

30 maggio ^

1 anno oggi!

Auguri amore...

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  365 giorni innamorata di te...